04 - La Storia - Accademia di sceneggiatura

Una storia è come una casa: ha bisogno di fondamenta, mura e soffitto solidi.

Affila la cazzuola, indossa le tue scarpe da battaglia e vieni in cantiere con me. Andiamo a costruire minuziosamente una struttura a prova di bomba (ed antisismica) per il tuo racconto.

 

Cos’è la storia

Mozart da piccolo era un bambino disobbediente, dormiva fino a tardi. Sua mamma non riusciva mai a svegliarlo, e sai bene quanto dia fastidio alle mamme se il proprio figlio dorme troppo.

Un bel giorno lei non ce la fece più, e decise di passare alle maniere forti: scese al piano di sotto e iniziò a suonare il clavicembalo: do-re-mi-fa-sol-la-do

“Do”? Non ci andrebbe un “si” dopo il “la”?!

Mozart sentì questo abominio musicale, non seppe resistere, gli urtava i nervi, così scese e suonò il “si”. Solo a quel punto si rese conto di essere fuori dal letto, e del sorriso compiaciuto che sua mamma aveva sul volto. Era stato fregato!

Questa bella storiella è per insegnarti una cosa: nella tua storia devi procurare nel pubblico lo stesso fastidio che la mamma aveva suscitato in Mozart; invece di una nota mancante userai un incidente, un evento specifico, un qualcosa che non quadra. Questo porta ad un dolce senso di stress, che continua poi con un altro incidente o evento.

Crei una situazione “di fastidio”, la risolvi. Poi ne crei un’altra. C’è un gioco di tira-molla, di alternanza tra stress e relax. Questo è il motore di una storia.

Molti scrittori alle prime armi pensano di poter lasciare la storia in secondo piano, credendo sia sufficiente creare dei personaggi carismatici. Sono convinti che basti portare in scena la loro vecchia e strampalata professoressa di matematica delle medie, il bullo che abitava nella via e che faceva sempre un sacco di scherzi ai vicini, la loro mamma iperprotettiva. Pretendono così di far spuntare dal nulla dettagli interessanti, e che questo sia sufficiente per creare una buona storia.

Altri scrittori hanno la presunzione di avere una specie di dote divina per il dialogo, e che questo basti. Hanno orecchio e cervello per ricopiare fedelmente i veloci, brillanti, creativi, stimolanti scambi di battute che dicono le persone reali in situazioni reali nella vita reale. Sono convintissimi che una sceneggiatura ricca di personaggi spigliati, divertenti e arguti possa diventare un gran bel film.

Insomma…

Troppi scrittori pensano che la storia si possa scrivere da sé.

Non sai quante volte mi è capitato di ricevere email o messaggi da aspiranti sceneggiatori che mi dicevano: “Fabio mi daresti una mano, qualche consiglio? Voglio scrivere un film su mio zio! Sono sicuro sarà un successone, mio zio è un tipo troppo tosto, ha fatto un casino di avventure strane, è un uomo super interessante, sa un sacco di cose, ah dovresti proprio sentirlo mentre racconta uno dei suoi viaggi…” eccetera, eccetera.

Va bene, è un punto di partenza…ma se si fossero anche solo avvicinati ad una casa di produzione seria (specialmente negli USA) avrebbero potuto vedere che non esiste il dipartimento delle idee, il dipartimento dei personaggi, il dipartimento dei dialoghi. Esiste solo un dipartimento: quello della storia (Non è un modo di dire, si chiama proprio così).

Non devi partire da un personaggio forte. Dei partire da una storia solida!

Pensi che Harry Potter sarebbe così famoso se i libri parlassero di lui che litiga col professor Piton per cercare di prendere bei voti? Io non credo proprio. Harry Potter funziona per tutta la storia che c’è attorno a lui ed a Voldemort, alla natura stessa di Hogwarts.

(Avrai notato che ogni tanto passo dal parlare di film, a menzionare uno spettacolo teatrale, e ora un libro. Non è che mi sbaglio. Lo faccio perché la maggior parte dei concetti che stai leggendo vale per ogni tipo di forma scritta. Potresti benissimo scrivere un perfetto romanzo utilizzando le linee guida di questo corso.)

La struttura della storia

Bisogna innanzitutto capire cos’è una struttura per una storia.

Se si pensa ad una casa allora la sua struttura è composta da 3 parti fondamentali: il pavimento, i muri ed il soffitto. Non inizi dal divano per progettare una casa. Prima la costruisci (finisci la struttura,) poi la puoi dipingere ed arredare.

Lo stesso vale per una sceneggiatura. Ovviamente non c’è nulla di fisico o in muratura, niente mattoni e calcestruzzo, stiamo parlando di qualcosa di scritto, che non possiamo toccare. C’è bisogno di scoprire quali potrebbero essere le parti fondamentali per una storia. Quali sono i suoi pavimenti, muri e soffitti?

Fu il buon vecchio Aristotele a scoprirlo, e ancora oggi sono la base per qualunque scrittore. Sono le Tre Unità Aristoteliche. Ogni storia deve avere:

  • Inizio (il pavimento).
  • Centro (i muri).
  • Fine (il soffitto).

Una storia dunque può essere definita tale solo se ha un inizio (l’introduzione del conflitto), un centro (lo svolgimento, come procedono i fatti) e una fine (il conflitto viene risolto).

Hai dei dubbi su come sviluppare queste tre parti? Non ti preoccupare, quel furbacchione di Aristotele aveva pensato anche a questo. Infatti le sue Tre Unità non vanno applicate soltanto alla storia.

Ogni singola scena deve avere il suo inizio, il suo centro e la sua fine. E a sua volta ogni parte di quella scena deve avere il suo inizio, il suo centro e la sua fine, così come pure ogni dialogo deve avere il suo inizio, il suo centro e la sua fine. Spero che il concetto sia chiaro.

La struttura non si applica soltanto alla storia, ma ad ogni più piccolo componente di essa.

Se sei un aspirante scrittore/sceneggiatore e ti piacciono i tatuaggi…ti consiglio di tatuarti da qualche parte le Tre Unità Aristoteliche, perché non dovrai mai dimenticarle!

Lo sviluppo delle Unità

Inizio

C’è un errore che fanno in tantissimi sceneggiatori alle prime armi, e per quanto sia banale e stupido è tra i più frequenti: in troppi iniziano la loro storia prima del vero inizio.

Nel modulo I Tre Princìpi Segreti avevo parlato di Kramer Contro Kramer, la storia della coppia che si divideva e il bambino ne soffriva tantissimo (se non ti ricordi vai a rivedere quel passaggio, è nel capitolo Sesso e Violenza). Ecco, quel film è l’esempio dell’inizio perfetto!

Inizia con la Signora Kramer sulla porta di casa, le valige pronte, che sta dicendo al marito che se ne sta andando, che vuole il divorzio, che la loro storia è finita.

Vuoi sapere cosa avrebbe potuto scrivere uno sceneggiatore poco esperto?

Probabilmente avrebbe iniziato col raccontare di come si sono conosciuti, magari al college; avrebbe descritto i loro primi appuntamenti, il primo bacio, poi il matrimonio, il figlio, i primi litigi, lui che lascia il dentifricio spremuto da metà tubetto, lei che brucia la cena, lui che si dimentica dell’anniversario, l’allontanamento…e solo allora sarebbe arrivato al momento dell’addio da parte della donna.

Se pensi che nella tua storia sia assolutamente fondamentale far conoscere al pubblico tutti questi dettagli, puoi fare due cose:

  1. Sposti il tuo inizio indietro nel tempo.
  2. Fai trapelare questi dettagli più avanti usando il principio dell’integrazione.

Ora ti insegno un trucchetto per determinare qual è l’inizio della tua storia: scrivi per intero la prima parte (scrivila sul serio, con carta e penna, così sarai più preciso). Ora leggila, e ad ogni capitolo fermati e chiediti: “Se iniziassi questo libro/film da questo preciso punto, mi sarei perso dei passaggi importanti? Da qui in poi mi manca qualcosa per capire la storia?”. Se la risposta è: “No, se inizio a leggere la storia da qui ho tutto quello che mi serve per capirla” allora quello è il tuo inizio!

Se invece senti che servono più dettagli, che manca qualcosa, allora vai a cercare il tuo inizio più indietro, qualche capitolo prima. Ripeti il procedimento fino a che la tua risposta diventa “no”.

Ti ricordo di nuovo che se hai ancora dei dubbi o non sei del tutto convinto di voler spostare il tuo inizio, puoi sempre usare l’integrazione per svelare i dettagli più avanti nel racconto, magari durante un dialogo, o tramite alcune precise azioni dei tuoi personaggi.

Ecco, ora che hai capito come si trova un inizio…devi trovarlo per ogni scena, poi per ogni pezzo di quella scena, poi per ogni dialogo. Usa lo stesso trucchetto che ti ho spiegato. Se riesci a trovare l’inizio di ogni minimo frammento della tua sceneggiatura sarai mille mila chilometri più avanti rispetto agli sceneggiatori medi che lavorano qui in Italia.

Può sembrare un procedimento lungo e noioso, ma ti posso assicurare che una volta che ci prendi la mano diventa automatico e quasi non ti accorgi che lo stai facendo.

Il tono

Una della funzione de “l’inizio” è quello di determinare il tono della sceneggiatura.

Con “determinare il tono” intendo che è all’inizio che si capirà se il testo sarà comico, tragico, melodrammatico e così via.

Come lo si decide? Non lo si decide affatto. Comincia a scrivere, e dopo un paio di pagine rileggi tutto e vedi che tono hai usato. Quello probabilmente sarà il tono di tutto il resto della sceneggiatura.

Il tono non lo si può decidere a tavolino, ma è un dettaglio che esce fuori da solo.

Una volta finito di scrivere tutto potresti però accorgerti che hai iniziato con un tono comico ma pian pianino l’hai modificato in un tono tragico. Cosa fare allora? Purtroppo non puoi far coesistere due toni contemporaneamente, quindi bisogna capire quale dei due togliere. Qui i casi sono due:

  • Il tono della prima parte è quello giusto: hai deviato dalle linee che avevi tracciato, ti sei fatto distrarre o hai scritto qualcosa di diverso da quello che volevi. Correggi a partire dal punto in cui il tono comincia a cambiare.
  • Il tono del resto della sceneggiatura è quello giusto: sei partito pensando ad un certo stile di storia, ma evidentemente ti sbagliavi (non c’è nulla di male), non era quello più indicato per il tuo testo, e quindi devi correggere la prima parte.

Ricorda: la storia deve esserti chiara fin dall’inizio, ma tutti gli altri dettagli li scoprirai solamente scrivendo.

 

Introdurre il protagonista

Sì, forse può sembrare strano parlare del protagonista nel modulo relativo alla storia. Il punto è che il protagonista non è semplicemente un personaggio, e nemmeno è il personaggio più importante.

Il protagonista è il cardine della struttura della storia. La struttura della storia si basa principalmente sul protagonista.

Più solido è il protagonista, più solido sarà il film.

Può capitare che questo importante compito venga diviso su due personaggi, anzi due protagonisti, come ad esempio Romeo e Giulietta, dove i protagonisti sono due.

Ma più protagonisti ci sono, più il focus del film sarà confuso. Rischia di diventare troppo vago.

Eh ma caspita, ho almeno tre o quattro personaggi principali, protagonisti, e sono tutti ugualmente importanti per la mia storia e per il mio film. Come faccio focalizzare la mia storia?

La risposta è…devi scegliere un protagonista solo. Al massimo due. Meno protagonisti hai meglio è. Punta ad averne uno.

Uno scrittore, per lavoro, discrimina. Discrimina i suoi personaggi, sceglie quello che sarà il più importante, se lo coccola, e mette in disparte tutti gli altri. Non sentirti in colpa se lo fai.

Se riesci a decidere chi sarà il tuo protagonista avrai modo di rendere molto più efficace il tuo racconto.

Ti faccio un esempio molto famoso: la serie tv How I Met Your Mother. Sicuramente ne avrai sentito parlare, ma te la riassumo: tutta la serie non è altro che il racconto di un uomo (Ted) ai suoi due figli riguardo a come ha conosciuto loro madre. Quindi nelle puntate vediamo il padre da giovane, e tutte le avventure che gli capitano.

Se hai visto questo telefilm sai che ci sono altri quattro personaggi principali, presenti in ogni singola puntata. Eppure, nonostante il cast fenomenale, c’è un solo personaggio, Ted, al centro della storia. Tutti gli altri personaggi, tutte le loro azioni, ci vengono raccontati attraverso il filtro di Ted, attraverso i suoi ricordi, i suoi punti di vista.

Ecco perché in How I Met Your Mother è ben chiaro chi è il protagonista.

Ogni film necessita di un protagonista con dei bisogni chiari, e di ostacoli che si frappongono tra lui e il soddisfacimento di tali bisogni.

Quel protagonista, quei bisogni, quegli ostacoli e quel tono devono essere dichiarati nell’inizio della storia.

Questa piccola regola è fondamentale per catturare sin da subito l’attenzione del pubblico.

Il Limite Temporale

È una buona idea mettere un limite temporale all’inizio della propria storia.

Un limite temporale è quello strumento secondo il quale un certo fatto deve accadere, o un certo problema si deve risolvere, entro un determinato periodo di tempo.

Questo contribuisce ad aumentare la tensione nella storia.

È un classico dei polizieschi, dove c’è da pagare un riscatto entro tot ore altrimenti l’ostaggio viene ucciso.

Per farti un esempio di una storia un po’ più originale, prova a pensare ad una tribù che deve attraversare il deserto entro tre giorni altrimenti morirebbero perché non hanno abbastanza acqua. E prova a pensare che questa tribù venga attaccata da dei nemici, e quindi è costretta a deviare e prendere una via più lunga. Questo crea moltissima tensione per lo spettatore, che si trova a tifare per la povera tribù beduina e spera che arrivi in tempo dall’altra parte del deserto. Il tempo scorre inesorabile, la scadenza è sempre più vicina, e gli ostacoli non fanno altro che aumentare.

Questo racconto sarebbe molto meno efficace se la tribù avesse, che ne so, cinque mesi di tempo per attraversare il deserto.

Può sembrare che non tutte le storie necessitino di un limite temporale, ma un bravo scrittore sa scavare a fondo per trovarne uno. E lo mette all’inizio.

Rivelazione

Con rivelazione intendo che devi dire al pubblico come stanno le cose, com’è la situazione di partenza, senza aspettare troppo altrimenti rischi di annoiare.

Qual è l’obiettivo del protagonista? Quali sono le circostanze? Come è arrivato fin lì? Quali passaggi deve fare? Chi sono gli antagonisti? In che epoca siamo (se serve saperlo)?

Devi dire tutte queste cose all’inizio, cioè grosso modo entro i primi 10/15 minuti.

 

Centro

Certi studiosi indicano la fine come la parte più difficile da scrivere tra le Tre Unità Aristoteliche. Secondo me si sbagliano. La parte più difficile è il centro.

Il centro è la parte più corposa, più lunga di tutta la storia, ma non è solo per questo che è anche la più complicata da scrivere.

Quando uno scrittore si mette alla tastiera ha già la storia in mente, e ha un’idea abbastanza chiara su come inizia e su come finisce.

Alla fine della prima delle Tre Unità (avrei voluto dire “alla fine dell’inizio” ma era un po’ contorta come frase) appena prima che cominci il centro la storia sembra filare liscia, lineare, chiara.

È proprio in questo passaggio che il tuo pubblico è più rilassato. Sta sperando che tutto si risolva per il meglio, vede una chiara possibilità di superare gli ostacoli che finora si son visti, ed è ottimista.

Ma il fatto che tutto vada bene e che i problemi si stiano sistemando è stupendo solo nella vita reale. In un film è noioso!

L’inizio introduce la storia, il centro le dà spessore.

All’improvviso, quando nessuno se lo aspetta, accade qualcosa che dà uno sprint improvviso alla vicenda. Un omicidio, una confessione, una notizia inaspettata.

Ecco che l’inizio termina. Tutto sembrava chiaro e quasi prevedibile. Poi all’improvviso arriva il caos.

È nel centro che devi incasinare il protagonista, riempiendolo di difficoltà.

Prevedibilità

Ovviamente nessun film dovrebbe essere prevedibile. Ma devi anche stare attendo a non esagerare con le stravaganze, altrimenti il pubblico si sentirà preso in giro. Ricordi il principio della verosimiglianza di cui avevo parlato nel modulo I Tre Princìpi Segreti che hai già letto?

Un pizzico di prevedibilità lo devi mettere.

Ma quant’è grande questo pizzico?

Beh…se la risposta fosse facile, allora tutti saremmo bravi a scrivere sceneggiature. “Purtroppo” qui entrano in gioco l’esperienza, lo studio e il talento.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio che faccio sempre quando insegno questo passaggio: stai guardando il protagonista che cammina in un corridoio buio, di notte, ed è da solo in casa. Tu, che stai guardando, non senti salire una grande ansia? Non sei in tensione? Non ti stai aspettando forse che da un momento all’altro spunti da una porta un assassino e aggredisca il protagonista?

Ecco, è proprio il fatto che ti aspetti che esca il cattivo che fa salire la suspance! C’è quel giusto pizzico di prevedibilità che tiene il pubblico col fiato sospeso.

A me personalmente succede con i cani dietro le ringhiere dei giardini. Se non mi accorgo della loro presenza, quando abbaiano non mi spavento. Ma se mi accorgo che c’è il cane, e che mi sta fissando, immobile, so benissimo che tra un istante abbaierà, sono preparato, è prevedibile…eppure non appena abbaia non posso fare a meno di fare un salto di mezzo metro dallo spavento! Magari sono l’unico, però non riesco davvero ad evitarlo.

Quando i critici affermano che una sceneggiatura è prevedibile, quello che in realtà vogliono dire è che è TROPPO prevedibile.

La giusta dose di prevedibilità c’è quando un evento accade ma il pubblico ancora non aveva perso la speranza che non accadesse.

Perché il cattivo nel corridoio buio ti ha fatto sobbalzare? Perché in fondo speravi ancora che non ci fosse nessun cattivo. Perché io salto in aria come una molla quando un cane, che sto guardando, mi abbaia? Perché avevo ancora la speranza che non abbaiasse.

Coincidenze

Le sceneggiature sono spesso criticate, ed a volte è vero, per avere troppe coincidenze.

Dunque si possono mettere le coincidenze nel film?

Certo, ma solo una.

C’è un aspetto psicologico del pubblico dietro tutto questo: al pubblico piace guardare una trama ben tessuta, ricca di intrecci e piccoli colpi di scena. Se invece scorgono un po’ troppe coincidenze sai cosa pensano dello sceneggiatore? Che è pigro! Che poteva sforzarsi e farli divertire ancora un po’ con altri espedienti narrativi invece che tagliare corto e risolvere tutto con una banale coincidenza.

Non deludere il tuo pubblico. Non fargli pensare che sei un fanfarone.

Gravità e Causa/Effetto

La gravità è quella forza che spinge un oggetto a muoversi in una certa direzione per raggiungere un determinato punto.

Se metti una penna per terra la vedrai ferma, eppure lei sta disperatamente cercando di sprofondare per raggiungere il centro della terra, perché la gravità la sta attirando lì.

Bene, se sei uno scienziato o un amante della fisica, da questo momento so di aver perso definitivamente il tuo rispetto, perché quella che ho appena dato è una definizione davvero grossolana e superficiale della gravità.

Però è ottima per fare il paragone con una sceneggiatura!

Una scena può sembrare ferma, ma ci deve essere un qualcosa sotto che preme per far andare avanti la storia.

Una storia scritta bene non vuole stare ferma. Anzi, freme come una pazza per andare avanti.

Questo lo si ottiene usando il principio di causa/effetto!

Un evento porta ad un altro evento (non casuale, ma collegato al primo), il quale porterà ad un altro evento ancora, il quale però sembra poco importante. Poi però invece anche quest’ultimo evento ne provoca un altro.

Per quanto semplice, banale e stupido possa essere…

l’evento che scrivi deve sempre portare ad una conseguenza.

La tua scena potrà sembrare senza uno scopo, senza senso (come la penna ferma sul pavimento) ma se giochi bene le tue carte sarai in grado di collegarci una scena successiva.

Il Momento della Grande Tenebra

C’è un problema al quale non si pensa mai mentre si sta scrivendo una sceneggiatura. Anzi, in realtà nemmeno lo si considera un problema.

Sto parlando dello scrivere scene con un ritmo molto elevato, senza respiro, un avvenimento dopo l’altro, senza lasciare un momento di tregua al pubblico.

Avresti mai detto che potrebbe essere un problema? Nemmeno io l’avrei mai immaginato!

Prova ad immaginare il tuo pubblico come se fosse un muscolo. E prova ad immaginare che presentando scene con un ritmo alto dall’inizio alla fine, questo muscolo rimanga in tensione per tutto il tempo.

Cosa succederebbe a quel muscolo? Si stancherebbe, cederebbe. E, cosa ancora più pericolosa, non si riprenderebbe in fretta.

Tieni il braccio alzato. Con questo semplice movimento stai tenendo in tensione il muscolo della spalla e del braccio. Quanto sei capace di resistere? Poco, perché poi il muscolo comincia a tremare e non riesci più a tenere il braccio in alto.

Per lo stesso principio devi lasciare un po’ di respiro allo spettatore. Sembra contro-intuitivo, ma ha una sua logica.

Cosa posso fare per allentare la tensione di questo muscolo?

Facendo esattamente l’opposto di quello che hai fatto per tenerlo teso: crei un anti-climax, un anti-apice.

Se per tutto il film due personaggi innamorati cercano di incontrarsi, magari dopo anni di lontananza, e il momento di massima tensione è quando lui sta per prendere l’aereo per andare a trovarla…il momento di minima tensione (il momento della grande tenebra) è quando capisce che l’aereo non partirà e che ha perso l’ultima occasione di vederla, perché lei magari è sul letto di morte.

È un po’ come fare stretching dopo un grande sforzo. Hai allentato la tensione del pubblico.

Questo è il momento in cui si passa dal centro alla fine.

Sembra tutto perduto…eppure…il personaggio scopre che c’è un treno che va direttamente nella città dove si trova la sua amata, e riesce a salirci.

La grande tenebra spegne la tensione perché dimostra che la missione è fallita, non c’è più niente da fare.

Non c’è più nulla da sperare. Se la metti al termine del centro della tua storia preparerai per bene il pubblico per il finale!

 

Fine

Il più classico dei finali è questo: due amanti si rivedono dopo tanto tempo, e corrono ad abbracciarsi.

Sono agli estremi opposti di un piccolo parco, si vedono e iniziano a camminare l’uno verso l’altra. All’inizio tutto è al rallentatore, con le inquadrature che passano da lui a lei, e poi da lei a lui. Iniziano a correre. Sorridono, urlano il nome del proprio amato o amata. Si stanno avvicinando, ora le immagini sono quasi a velocità naturale, la corsa si fa più sostenuta. Alla fine, quando arrivano a toccarsi, il rallenty è definitivamente finito.

Cosa è successo?

Il regista ha avuto troppa fretta di concludere la scena. Perché dare quella accelerata finale? Non si poteva fare tutta la scena in velocità naturale, o comunque con la stessa velocità per tutte le inquadrature?

Anche gli sceneggiatori tendono a correre troppo quando si stanno avvicinando alla conclusione della storia. E questo può essere un problema.

Non devi concludere la storia prima del suo vero finale.

Ambiguità

Fabio mi stai dicendo che una sceneggiatura deve essere ambigua?

Sì e no.

Lo scopo dell’arte non è quello di trovare comode soluzioni ai grandi problemi esistenziali dell’uomo. Allo stesso modo una sceneggiatura non deve dare facili risposte a domande che di risposte non ne hanno.

Può un film risolvere l’eterno enigma “qual è il senso della vita”? No, non può! E nemmeno deve.

L’arte va in cerca di domande, non di risposte.

È vero che uno scrittore deve assicurarsi di fornire al pubblico un storia di valore, con dei personaggi di valore. Ma deve anche saper lasciare un po’ di compiti a casa agli spettatori. Deve lasciar loro la possibilità di metterci del proprio.

Un eccellente esempio è la fine di Inception. Attenzione, se non hai ancora visto Inception non leggere le prossime righe. Se invece l’hai già visto, ricorderai come finisce: Di Caprio è a casa sua, con la moglie e i figli. Non capiamo bene se è in un sogno o se è la realtà. Nemmeno il suo personaggio pare saperlo, quindi per scoprirlo tira fuori la sua trottolina e la fa girare. Se si fermerà allora è nella vita vera; se invece continuerà a girare all’infinito allora saprà di essere in un sogno. Vediamo il primo piano della trottolina…ecco che viene fatta girare…passano 2…5…7 secondi…la trottolina sta ancora girando…e poi buio!!!! Il film finisce così!!! Non ci viene detto cosa succede alla trottolina. Lo sceneggiatore ha lasciato a noi spettatori il compito di decidere se Di Caprio stava sognando oppure no.

Come faccio a capire se usare un finale ambiguo oppure no?

Come ti avevo già detto in precedenza, si tratta di esperienza, talento e bravura.

Solo una cosa: stai attento a non fare sentire preso in giro il tuo pubblico.

Ma dato che non voglio lasciarti senza neanche uno spunto per capire se e come usare l’ambiguità, ti propongo il principio dello spazio positivo e dello spazio negativo.

 

Spazio Positivo e Spazio Negativo

Prendo in prestito questi termini dal mondo della pittura.

In un quadro lo spazio positivo è lo spazio occupato dal soggetto del dipinto. Tutto il resto, lo sfondo per intenderci, è lo spazio negativo.
Ora applichiamolo alla sceneggiatura.

Tutta la sceneggiatura, dall’inizio alla fine, con tutti i personaggi, i dialoghi e le azioni rappresenta lo spazio positivo.

Tutto quello che viene prima e che viene dopo è lo spazio negativo.

Banale vero?

Non poi tanto. Se provi ad applicare ad ogni tua sceneggiatura questo principio sarai costretto a verificare dove inizia davvero la storia e dove finisce.

Hai già visto come fare a capire qual è il giusto inizio con la domanda: “Se iniziassi questo libro/film da questo preciso punto, mi sarei perso dei passaggi importanti? Da qui in poi mi manca qualcosa per capire la storia?”

Quand’è invece che un film deve finire?

Hai tre possibili risposte:

A. Troppo presto.

B. Troppo tardi.

C. Esattamente al momento giusto.

La risposta esatta è…rullo di tamburi…la A!

Esatto, hai capito bene. Un film deve finire troppo presto! Non vuol dire che devi correre per raggiungere il prima possibile la fine (come ti avevo spiegato qualche paragrafo più indietro). Più semplicemente intendo che…

Non appena hai detto quello che dovevi dire, chiudi la storia.

Ecco perché devi farlo:

  • Innanzitutto nessun essere umano ha il potere di determinare quale sia il momento giusto. A dir la verità nessuno può nemmeno decidere quale sia una qualunque cosa giusta. Non siamo onniscienti.
  • Il secondo motivo è che così shoccherai il pubblico, e nel modulo I Tre Princìpi Segreti avevi visto che è importantissimo shoccarlo!

Invece di sollievo, il pubblico deve sentire un po’ di disorientamento alla fine del film.

Questo porta gli spettatori a trovarsi all’improvviso nello spazio negativo della tua storia! Uno spazio dove tutto è possibile. Uno spazio che possono personalizzare, e quindi sentirsi coinvolti nel tuo racconto.

Riassumendo, ecco le regole per l’inizio e per la fine:

Inizia tardi, finisci presto.

Molto bene, spero che tu abbia trovato utili queste indicazioni. Stiamo parlando di una lezione di alto livello; come hai potuto notare sono andato ad analizzare le ragioni psicologiche e pratiche della struttura di una storia.

Ci sono molte altre lezioni sia dal vivo che nel web che spiegano come si costruisce una storia, ma non ne ho ancora mai trovata una che spiegasse le ragioni dietro certe scelte.

Credo sia molto più importante capire perché si fa una cosa piuttosto che farla in maniera approssimativa non sapendo il perché la si sta facendo.

Detto questo non esitare a contattarmi per qualsiasi domanda.

Per adesso ti saluto, ci vediamo al prossimo modulo.

Ciao!

 

RIEPILOGO

  • La storia non si scrive da sé. Devi partire da una storia solida e forte.
  • La struttura della storia si divide nelle Tre Unità Aristoteliche:
    – Inizio
    – Centro
    – Fine
  • Individua con attenzione l’Inizio della tua storia. Usa la domanda “Se iniziassi questo libro/film da questo preciso punto, mi sarei perso dei passaggi importanti? Da qui in poi mi manca qualcosa per capire la storia?”
  • Nel Inizio determinerai il tono del resto della storia.
  • Nel Inizio dovrai chiarire ed aver chiaro chi è il protagonista.
  • Individua un limite temporale entro il quale il protagonista deve portare a termine la “missione”.
  • Il Centro rafforza quello che hai detto nel Inizio.
  • Metti la giusta dose di prevedibilità: quando un evento accade ma il pubblico ancora non aveva perso la speranza che non accadesse.
  • Ogni evento che scrivi deve portare ad un altro evento, in una catena di causa/effetto.
  • Non tenere sempre in tensione il pubblico, altrimenti si stancherà. Molla la corda ogni tanto. Dagli respiro.
  • Individua con cura il punto della Fine. Non aver fretta di concludere.
  • Concludi una volta che hai detto tutto quello che avevi da dire. Non tirarla per le lunghe.
  • Non pretendere di dare tutte le risposte che il pubblico si aspetta. Ci sono dei casi in cui è bene lasciare a loro la possibilità di scegliere ed immaginare il finale che preferiscono.

ESERCIZI

  • Prendi i racconti che hai scritto come esercizio nel modulo Le Due Regole Base

– per ognuno controlla che il tuo inizio sia effettivamente quello giusto. Nel caso correggi o inventa un inizio più corretto.

– i tuoi racconti avevano un limite temporale? Se non lo avevano trovane uno e riscrivi il racconto.

  • Se i racconti che hai scritto nel precedente modulo sono troppo corti e poco articolati, scrivine almeno un altro e poi svolgi gli esercizi elencati qui sopra.

FILM DA VEDERE

Arrival

Questo film ha un inizio perfetto, cioè inizia esattamente dove è giusto che inizi. Dopo i primi 20 minuti ferma la visione del film e chiediti se ti mancano dettagli o elementi per capire la storia. Vedrai che la risposta sarà “no”.

Individua le 3 unità Aristoteliche, e guarda bene come si svolge il passaggio tra Centro e Fine.

 

400 giorni – Simulazione Spazio

Questa volta ti chiedo di guardare questo film non perché sia fatto bene…ma, al contrario, per gli errori di sceneggiatura che contiene!

Nota come lo sviluppo della storia sia costellato di spunti ed accenni rivolti allo spettatore, ma nemmeno uno di questi venga poi concluso o spiegato. Non posso aggiungere altro senza rovinarti la “sorpresa”.

Come ultima cosa, il finale aperto di questo film è esattamente ciò che non si deve fare con un finale aperto! Infatti questa tecnica funziona soltanto se prima si ha dato modo al pubblico di farsi una idea della vicenda e delle dinamiche, ma se per un’ora e mezza di film si continuano ad aggiungere dettagli senza però mai chiarirli, e si conclude con un finale aperto, si avrà un film di serie Z ed una storia non degna di questo nome.